Giù la maschera in Quaresima.

Commento a Mt 6, 1-6.15-18

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1. Ingresso.

Mettiti alla presenza del Signore. Cerca la calma. Fa’ un lento segno di croce. Chiedi allo Spirito la pace interiore, la libertà di cuore e la capacità di accogliere i suoi doni.

2. Leggere e gustare

Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». (Mt 6, 1-6.16-18)

Leggi il brano con grande attenzione cercando di comprendere «che cosa dice». Presta ascolto a quali parole o versetti ti suscitano reazioni interiori significative e soffermati gustandone il sapore, buono o cattivo che sia. Se ti sono d’aiuto, utilizza gli spunti seguenti per meglio comprendere il testo.

Note per la comprensione del brano.

Nella prima parte del Discorso della montagna, Matteo ha affrontato il tema di ciò che è secondo la volontà di Dio, affermando la necessità di una giustizia superiore a quella di scribi e farisei, tanto in termini quantitativi che di radicalità nell’adesione.

Ora, giunto al centro del Discorso, tocca la questione decisiva dell’interiorità e della retta intenzione nel praticare ciò che è secondo la volontà di Dio.

La disposizione interiore e la sua concordanza con la pratica esteriore sono determinanti per l’autenticità della vita cristiana. Non a caso, esattamente al centro del grande Discorso, Matteo mette la preghiera del Padre nostro quale culmine dell’insegnamento di Gesù.

Il primo versetto del brano fa da titolo, introducendo il tema in modo generalizzato, prima di declinarlo secondo le tre colonne della vita del pio israelita (elemosina, preghiera e digiuno): la pratica della giustizia - ciò che è gradito a Dio - non vale a nulla se lo scopo è l’ammirazione umana.

Il primo caso specifico è quello della beneficienza privata. L’immagine della tromba è caricaturale, non risulta fosse un’usanza reale. Era invece possibile promettere elemosine pubblicamente, ottenendone grande prestigio sociale.

Chi sfrutta la beneficienza per scopi personali è accusato di ipocrisia, letteralmente, di «fare l’attore». L’onore ricevuto è già la ricompensa, secondo l’idea rabbinica della giustizia riequilibratrice di Dio.

È iperbolica anche la proposta alternativa: la sinistra non deve sapere ciò che fa la destra. Il senso, evidente, è che la beneficienza va fatta solo davanti a Dio e nessuno, nemmeno i più intimi, devono sapere del bene che facciamo.

Il secondo esempio riguarda la preghiera. Il riferimento è alle preghiere regolari durante il giorno che si considerava normale recitare in piedi, in ogni luogo. Poteva essere dunque naturale pregare pubblicamente, per quanto attirasse certamente l’attenzione dei passanti.

Gesù è molto severo al riguardo e invita a pregare nel modo più segreto possibile (chiede di chiudersi nella stanza più nascosta non visibile dalla strada; il testo fa riferimento allo spazio riservato alla dispensa) perché sia un a-tu-per-tu con Dio. Non conta il luogo, ovviamente, ma lo scopo.

Il digiuno è l’ultimo dei tre casi. Tratteggia l’ipocrita come colui che fa la messinscena dell’afflitto, applicando le usanze tipiche del giorno dell’espiazione (vesti di sacco, la cenere…) anche alle occasioni di penitenza personale. All’opposto, si deve mantenere un atteggiamento riservato e discreto nelle pratiche religiose, tutto orientato a Dio e non alla vanità.

Il triplice esempio non lascia dubbi: ciò che rende giusti è un cuore che cerca Dio. Le buone opere ne sono una conseguenza.


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3. Ascoltare e Confidare

Interroga il testo cercando di coglierne il messaggio essenziale (cosa rivela di Dio, dell’uomo, del mondo, dei valori fondamentali?). Colto il messaggio, applicalo alla tua vita. Che cosa ti dice il testo? Dialoga con il Signore confidandogli quel che ti è sorto nel cuore. Se ti sono d’aiuto, utilizza gli spunti seguenti per meditare il brano.

Spunti per la riflessione sul testo.

L’ipocrisia è quel che fa l’attore. Mette una maschera, recita un copione che non ha scritto, simula sentimenti, compie gesti che non ha deciso.

L’attore fa un addestramento, una ammaestramento preciso di sé, forse addirittura un addomesticamento. Consegna se stesso e le proprie capacità all’autorità del copione, alla volontà del regista, all’intenzione dell’autore.

Certo, il suo talento, la sua ispirazione, anche la capacità di improvvisazione sono decisive, ma spente le luci...

Se si legge il Vangelo solo con la preoccupazione di riprodurre atteggiamenti e di ripresentare comportamenti, pur nel modo più fedele e limpido possibile, l’ipocrisia - la recita - è dietro l’angolo.

Si rischia di mettere in piedi una bellissima rappresentazione cristiana. Un bel copione, un ottimo regista, ma pur sempre una recita.

Il discorso della Montagna è tutto un racconto di come si comporta e come agisce un discepolo del Vangelo. Ma al centro c’è il Padre nostro. Al cuore c’è una relazione filiale, profonda, vera con il Signore.

Le opere del buon discepolo sono raccontate da Matteo come un «effetto», un «esito» della paternità di Dio. Come se ci dicesse: se uno affronta la vita da figlio del Padre, finisce col vivere così, per Grazia di Dio.

Chi vive da figlio non recita, perché quel che fa è solo l’emergere di ciò che è e le sue opere non sono un costume di scena, piuttosto la sua pelle, le sue membra, la sua anima.

Oggi inizia la Quaresima e per molti è vista anzitutto come un tempo in cui correggere gli atteggiamenti negativi o incentivare le buone opere.

Ad ascoltar Matteo, ciò che forse dovremmo curare anzitutto, è invece la relazione col Padre. Così le buone opere saranno frutti veri e non solamente ottime rappresentazioni.

E occhio alle recite, seppur cristiane.

4. Congedo

Sospendi le parole, rallenta i pensieri, cambia fisicamente posizione. Recita lentamente il Padre nostro, traccia un consapevole segno di croce e sosta qualche istante.

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